CON PORTI VUOTI SCORTE MAIS E SOIA AI MINIMI TERMINI PER ALIMENTARE GLI ANIMALI; + 17% PREZZI DA INIZIO GUERRA

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Mentre il porto di Bari è drammaticamente vuoto perché non arrivano navi da Russia e Ucraina con mai e soia, al porto di Napoli, dopo il blocco di due navi provenienti dalla Moldavia

il prezzo del mais è schizzato a  € 37,5/38,5, quotazioni che hanno fatto saltare i contratti sottoscritti 

prima della guerra

Il prezzo del mais è balzato del 17% in una settimana dall’inizio della guerra in Ucraina ma ad aumentare del 6% anche quello della soia destinati all’alimentazione degli animali negli allevamenti, ma a preoccupare è la chiusura dei porti sul Mar Nero che impediscono le spedizioni e creano carenza sul mercato mondiale dove Russia e Ucraina insieme rappresentano il 19% di export del mais.  E’ quanto emerge dall’analisi della Coldiretti Puglia, sulla base delle quotazioni alla borsa merci di Chicago, punto di riferimento mondiale del commercio dei prodotti agricoli. Il contratto future più attivo sul grano ha chiuso a 11,91-1/4 dollari per bushel (27,2 chili) ai massimi da marzo 2008 mentre il mais a 7,6 dollari per bushel al top da 10 anni  e la soia a 16,78 dollari per bushel.

Mentre il porto di Bari è drammaticamente vuoto perché non arrivano navi da Russia e Ucraina con mai e soia, al porto di Napoli, dopo il blocco di due navi provenienti dalla Moldavia, il prezzo del mais è schizzato a  € 37,5/38,5, quotazioni che hanno fatto saltare i contratti sottoscritti prima della guerra, quello dell’orzo granella a € 35,0/36,00 e della farina di soia a € 62/64 + iva 10%.

Il blocco dell’arrivo di materie prime per l’alimentazione degli animali della stalle – denuncia Coldiretti Puglia – sta mettendo a dura prova gli allevamenti, perché le scorte si sono ridotte ai minimi termini e sono vendute a prezzi stellari, mettendo in ginocchio gli allevatori pugliesi che devono affrontare aumenti vertiginosi dei costi per l’alimentazione del bestiame (+40%) e dell’energia (+70%) a fronte di compensi fermi su valori insostenibili. Il costo medio di produzione del latte, fra energia e spese fisse, – sottolinea Coldiretti Puglia – ha raggiunto i 46 centesimi al litro secondo l’ultima indagine Ismea, un costo molto superiore rispetto al prezzo riconosciuto agli allevatori.

All’aumento dei costi di produzione non corrisponde la giusta remunerazione del latte alla stalla, quando per poter pagare un caffè al bar gli allevatori pugliesi devono mungere tre litri di latte pagati solo qualche decina di centesimi alla stalla, ben al di sotto dei costi di produzione in forte aumento per i rincari di mangimi ed energia. E’ quanto afferma la Coldiretti Puglia, per cui è urgente che l’assessore regionale all’Agricoltura, Donato Pentassuglia, attivi tra l’altro l’accordo regionale firmato da allevatori e trasformatori e rimasto inapplicato per la mancanza di contratti che definiscano la trasparenza dei prezzi all’interno della filiera, dopo che con il via libera al decreto sulle pratiche sleali è stato individuato l’ICQRF quale autorità nazionale di contrasto per l’accertamento delle violazioni delle pratiche commerciali sleali e per la vigilanza sull’applicazione dell’articolo 62 con l’irrogazione delle relative sanzioni.

Con l’avvio della task force contro le pratiche sleali dopo la pubblicazione del decreto legislativo in Gazzetta ufficiale, la Coldiretti sta raccogliendo gli elementi sul territorio per le denunce, con particolare riferimento alla violazione legata al mancato riconoscimento dei costi di produzione, prevista del decreto legislativo in attuazione della Direttiva UE sulle pratiche commerciali sleali, fortemente voluto dalla Coldiretti.

“Abbiamo chiesto all’assessore regionale all’Agricoltura la convocazione urgente del tavolo regionale del latte con la partecipazione delle catene della Grande Distribuzione Organizzata per salvare la Fattoria Puglia che in 1 solo anno ha perso già 120 stalle per la crisi dei prezzi e i costi di gestione più che raddoppiati”, denuncia Savino Muraglia, presidente di Coldiretti Puglia.

Dai campi alle stalle si sono impennati i costi di produzione per effetto dei rincari delle materie prime che hanno fatto quasi raddoppiare la spesa per le semine, con l’emergenza Covid che ha innescato un cortocircuito sul fronte delle materie prime con rincari insostenibili – insiste Coldiretti Puglia – per l’alimentazione degli animali nelle stalle dove è necessario adeguare i compensi riconosciuti agli allevatori per il latte e la carne. Infatti le quotazioni dei principali elementi della dieta degli animali, dal mais alla soia, sono schizzati su massimi che non si vedevano da anni con il rischio di perdere capacità produttiva in una regione già fortemente deficitaria per i prodotti zootecnici.

“Il prezzo del latte alla stalla in Puglia deve necessariamente essere al di sopra dei costi di produzione, quando nella forbice tra produzione e consumo ci sono margini da recuperare per garantire un prezzo giusto e onesto che tenga conto dei costi degli allevatori e la necessaria qualità da assicurare ai consumatori”, ribadisce il direttore di Coldiretti Puglia, Pietro Piccioni.

Serve responsabilità con un “patto etico di filiera” che garantisca una adeguata remunerazione dei prodotti agricoli e punti a privilegiare sugli scaffali il Made in Italy a tutela dell’economia, dell’occupazione e del territorio – insiste Coldiretti Puglia – con il coinvolgimento delle differenti catene della Grande Distribuzione Organizzata.

L’effetto drammatico è stato la chiusura di oltre 120 stalle in Puglia in 1 anno con le imprese di allevamento da latte allo stremo, per cui Coldiretti Puglia chiede un’assunzione di responsabilità della filiera tra allevatori, industrie e distribuzione per salvare il latte e le stalle pugliese perché non c’è più tempo.

In 7 anni – dal 2014 ad oggi – hanno già chiuso in Puglia 440 stalle, è il grido d‘allarme lanciato da Coldiretti Puglia, con gli allevatori ormai costretti inesorabilmente a chiudere i battenti e a vendere gli animali.

Con 3 DOP (canestrato pugliese, mozzarella di Gioia del Colle e mozzarella di bufala) e 17 formaggi riconosciuti tradizionali dal MIPAAF (burrata, cacio, caciocavallo, caciocavallo podolico dauno, cacioricotta, cacioricotta caprino orsarese, caprino, giuncata, manteca, mozzarella o fior di latte, pallone di Gravina, pecorino, pecorino di Maglie, pecorino foggiano, scamorza, scamorza di pecora, vaccino) – aggiunge Coldiretti Puglia – il settore lattiero–caseario garantisce primati a livello nazionale e Sigilli della biodiversità dal valore indiscutibile.

Quando una stalla chiude si perde un intero sistema fatto di animali, di prati per il foraggio, di formaggi tipici e soprattutto di persone impegnate a combattere – conclude Coldiretti Puglia – spesso da intere generazioni, lo spopolamento e il degrado.

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